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L'immagine in cui si comprime il sentimento di una Berlino città "imprevista" è quella del suo pesante Duomo dal corpo granuloso, un po' annerito, osservato dal fondo della Dorotheenstraße in un pomeriggio con poco sole. Sotto la crosta delle nuvole, dove la Sprea si allunga in un paio di curve che disegnano la sagoma dell'Isola dei Musei, puoi confondere tra le cupole azzurrine della cattedrale la linea svettante dell'antenna televisiva: Fernsehturm, uno slancio tagliente a bande bianche e rosse sulla direttrice per Alexanderplatz. Breve inganno prospettico: le linee ipotetiche in cui si sovrappongono due figure di una tracotanza architettonica perfettamente sottomessa allo sguardo. Il Duomo fu voluto da Guglielmo II per farne un simbolo della grande Prussia protestante da opporre ai fasti cattolici romani; la Fernsehturm fu eretta in quattro anni, dal 1965 al 1969, per grazia di uomini volenterosi della DDR, gelido feticcio della supremazia tecnologica della Germania Est. La Berlino imperiale, proscenio della potenza Hohenzollern, e la Berlino rotta dal corso inflessibile del muro, squartata e spartita a ridosso della seconda guerra mondiale, pare che condividano, dopotutto, una medesima aspirazione alla grandeur. Forse in parte è merito del sangue ugonotto che scorre nelle famiglie berlinesi da quando Federico Guglielmo I, con l'Editto di Potsdam, accolse in città un nucleo di ventimila calvinisti, esuli dalla Francia del Re Sole dopo la revoca dell'Editto di Nantes. Ma ancora oggi che la Pariser Platz, sotto la porta di Brandeburgo, nel bel mezzo dell'ex settore sovietico, è assediata dalla presenza di uno Starbuck's Coffee, icona del capitalismo seriale e omogeneizzato a stelle e strisce, oggi che l'Editto di Nantes bussa alla memoria piuttosto come il titolo di un piccolo romanzo uscito a Parigi nel '59 (prima del muro, quindi) per le éditions de Minuit, a firma di Pierre Klossowski (libro in cui si frantumavano numerose muraglie, tra morali e psicologiche), ancora oggi quell'incrociarsi di ambizioni così difformi agita una certa inquietudine nell'osservatore accidentale. Cos'è infatti il Berliner Dom? Un pastiche primo-novecentesco fatalmente destinato a smuovere la perplessità del rigoroso connaisseur, un pasticcio, insomma, accolto con malcelato sdegno dalle guide turistiche, che spendono un rigo giusto per rilevarne l'ottima acustica? Un arcigno mausoleo di teste coronate, quel centinaio di membri della casa regnante che riposano nel suo ventre lambito dalle placide bave della Sprea? Una cripta, metafora e monito della sparizione, ma sormontata da un poderoso guazzabuglio di stili, cioè in fondo da una sgraziata iperbole?

Strano: di fronte alla sua cattedrale, si percepisce che a Berlino ripalpita qualcosa di Roma, in filigrana. In ragione di un'assenza, oppure – così sembra – di una misura clamorosamente mancata. Berlino ha spazi dilatati, anche sfilacciati, perfino in centro; se fosse Roma, sarebbe la Roma degli anni venti dell'Ottocento, quella descritta in certe sarcastiche lettere leopardiane, con immensi squarci aperti in cui pare che gli uomini non debbano incontrarsi mai. Un invito alla dissolutezza. Antiparafrasi del vivere civile, isola di deserti che s'allungano come le chiazze di grasso nel brodo. E invece, per quanto Roma sia un covo affastellato e popoloso, non rende quell'impressione di vitalità e schiacciamento delle prospettive – di vicinanza, all'ingrosso – che sorprende il visitatore dell'odierna Berlino, quando i suoi passi battono il cemento luminoso dell'Unter den Linden, quando calcano più soffici il reticolo di cortili nel quartiere ebraico, gli Hackesche Höfe. Qui si vede come Berlino sappia spostare i suoi riferimenti, confondere i precursori con gli epigoni. Transitando per questi angoli riposti si capisce qualcosa del perché Walter Benjamin, celebrando Parigi capitale del XIX secolo, volle inciderne il cuore con l'affresco dei suoi passages.

Allora Berlino è una città sovrapposta anche perché di volta in volta possiamo sovrapporle un'Europa diversa, o riconoscerla controluce, se capita la luce giusta. Ma ci si può spingere più in là. S'avverte, contemplando le fattezze massicce del Berliner Dom, un riflusso immaginifico che viene da lontano, d'oltreoceano: la farcitura stilistica dell'austera cattedrale di S. John, tra Amsterdam e la 112a, nel West Side di Manhattan. La più grande cattedrale del mondo, naturalmente incompiuta. Il progetto originario di questa chiesa episcopale risale alla fine dell'Ottocento, su seduzioni romaniche e bizantine. Più tardi verrà adottato il neo-gotico, che all'Europa della Belle époque fa storcere decisamente il naso. Berlino accoglie il palinsesto di New York, o viceversa, come il dipinto nero e lunatico che sta nel centro – grossomodo – della East Side Gallery. Il gioco è ancora quello delle ambizioni e delle sovrapposizioni. Delle trasparenze, in modo che la stratigrafia degli interventi, delle culture modello, dell'intarsio reciproco, rimanga in qualche modo visibile, un bianco nudo. Il vertice di questa rivolta contemporanea contro l'opacità dei simboli e delle strutture è la cupola del Reichstag, cristallo che si può ascendere, con un ovale lucido che affaccia sul Parlamento: cristallo schiarito, risorto dall'incendio nazista come dopo un lavaggio, in cui s'imprime la trasparenza della Legge.
Per questo, ancora per questo, Berlino è una città che si consulta facilmente, senza che il suo fascino subisca smagliature. Se fosse una narrazione sarebbe in linea con gli esperimenti della modernità, sarebbe un nouveau roman, un orologio coi meccanismi in evidenza. Una topografia invitante, una città da attraversare (saggiando la resistenza dell'idea di moderno) con sottobraccio un romanzo di Butor o di Robbe-Grillet. Ecco l'indizio d'una straordinaria vocazione prospettica, tra costume, edificio e artificio contemporaneo: in Bebelplatz (già Opemplatz, la Piazza dell'Opera), luogo storico di un altro rogo nazista (rogo di libri, maggio furioso del '33), campeggiava uno stendardo pubblicitario che copriva per intero la facciata concava della Alte Bibliothek, dove i ragazzi iscritti alla Humboldt-Universität vanno a studiare Legge. Dopo Starbuck's è ora la volta di un caffè italiano. Nella gigantografia: ponti romani, a sfumare, immersi in un'aria metallica di alba autunnale. E' un segno che altrove si direbbe stonato, fastidioso tendaggio. Non qui, dove l'architettura sembra piegarsi a una svagata tolleranza, invitare l'abuso, annuire agli spigoli dell'estraneo. Una coppia di amanti è ferma in un abbraccio che trasmette non so che stanchezza o abbandono: lei allenta al suolo un arto nudo e caravaggesco, alle sue dita s'appende una tazzina vuota, l'oggetto precario di tutta l'immagine. The italian expresso experience: uno slogan che è anche un bisticcio. I colori dominanti della foto sono il grigio dei marmi in fuga e gli argenti del fiume lucente, il blu elettrico di un abito da sera che diresti appena uscito da una festa o da una romanza d'amore. Nello sfondo, oltre i pilastri e le lesene corinzie della Kommode, riverberando sul Viale dei Tigli in direzione del Lustgarten (con l'Altes Museum e il Berliner Dom che grava sul verde cotonato del giardino), s'innalza il profilo pacifico, appena rosato, della cupola di S. Pietro.

 

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