Ogni volta che muore un poeta, qualcuno si mette a fare i conti.

Sarà il triste contrappasso di un mestiere ingrato. Date un'occhiata ai quotidiani, ai supplementi culturali. Sabato è morto Roversi. Le voci si ripetono con la stanchezza tipica della didascalia. Chi era Roversi. L'autore dei testi di Dalla. Il direttore di «Lotta Continua». Il fondatore, con Pasolini e Leonetti, di «Officina». Roversi il libraio appassionato dei fuori commercio, Roversi il grande poeta che aveva abbandonato gli editori "grandi". Roversi l'intellettuale "di statura europea", coscienza critica di una città, di un paese intero. Alzi la mano chi ha avuto modo di percepire che c'era questa coscienza critica che vigilava fedelmente su di noi. Ogni volta che muore un poeta di una certa statura (e Roversi era quel poeta e qualcosa di più), scopriamo che c'è, che deve esserci, da qualche parte, uno scampolo di società avvertito della sua esistenza, della sua importanza, della sua opera.

Ecco, adesso passeremo qualche giorno in valutazioni postume sul "peso" di Roversi nel mondo culturale italiano. Adesso è ora che parlino gli specialisti. Stranamente, nessuno – mi sembra – ha chiesto il parere di Roversi riguardo alle ultime vicende di casa nostra. Invitare Roversi a un talk-show, figuriamoci (uno che dopo Mondadori, Feltrinelli e Rizzoli aveva deciso di ripiegare nel sottobosco) – una coscienza critica! Coinvolgere Roversi in uno spezzone di telegiornale (magari al posto del lancio del nuovo gioco a premi in palinsesto). Attenzione, perché siamo a un passo dalla distopia di una repubblica di filosofi. Ci vuole gente pratica, invece. Per esempio, adesso vanno di moda i tecnici. Chissà se un giorno, alla celebrazione di un compianto ex ministro non si dirà che l'Italia ha perduto una "grande coscienza tecnica".

No. Le coscienze tecniche sono fatte per l'hic et nunc di uno stato di emergenza (di uno Stato in Emergenza), quelle critiche, come Roversi, hanno una voce irreparabilmente postuma. Non resta che stringersi attorno al vuoto di Bologna, questa città magnifica che – a giudizio della stretta attualità – sta perdendo... come si dice... pezzo dopo pezzo, i "pezzi" più pregiati del suo paesaggio culturale. Perdendo? Ha forse perduto Guinizzelli, Bologna?

Giusto ieri Matteo Marchesini ricordava lo strano destino bifronte di Roversi e Pasolini, come una storia di understatement e ascesa irresistibile. Ognuno giudichi da sé per questi destini separati. Roversi non si negava a nessuno, un uomo sempre in ascolto. Pasolini, dopotutto, non faceva che negarsi, drammaticamente proiettato nel destino, avvinto fatalmente al dramma. Roversi ha sparso la sua opera in certi piccoli librini tipografici – foglie di Sibilla, sentenze affidate a un incontro accidentale e fortunato. In questo, il suo essere «coscienza critica» ha qualcosa in più – o necessariamente qualcosa di diverso – rispetto al carattere incendiario della saggistica pasoliniana (che poi è la parte migliore di Pasolini). Il dono di un'avventura garbata tra luoghi riposti, il sapore – ancora – di una casualità irripetibile.

Fabrizio Patriarca

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