L’estate ha avuto un senso fino ai miei vent’anni, e l’estate per me era Cupramarittima. Sì, quella della Cera di Cupra, da non confondere con Cupramontana, perché per avere senso l’estate doveva essere il mare.

Mi preparavo moralmente all’eritema solare, lo sopportavo per una quindicina di giorni impastandomi di Foille e vagando solinga e raminga per il paese - i miei amici mi evitavano come la peste perché puzzavo di carne bruciata - e poi tornavo alla vita sociale che consisteva principalmente in mare, sole, gavettoni, juke box, prese per il culo, corpi femminili impanati nella sabbia da corpi maschili che aspettavano che le donne si spalmassero di crema solare per bullizzarle - il termine, all’epoca, non era ancora nemmeno stato pensato - musica, discoteche, pomiciate, amori non corrisposti, pettegolezzi, pub, falò sulla spiaggia per vedere l’alba, falò sulla spiaggia per vedere il tramonto, falò sulla spiaggia di notte per avere una scusa per appartarsi, falò sulla spiaggia per cantare - Vasco Rossi, in primis, ma gettonatissima anche Hotel California - libertà dalle scarpe. I piedi nella sabbia sono sempre stati l’espressione più sensuale dell’amore che il mare aveva per me. I piedi nudi sono sempre stati l’espressione della mia libertà. Ho perso la voce un paio di volte perché la libertà equivaleva anche ad andare in giro da mane a sera con i capelli bagnati e mezza svestita. La mia convinzione era che la vita vera per me fosse concentrata in quelle settimane a Cupra, e che il resto dei mesi fosse una specie di purgatorio da cui le mie preghiere mi avrebbero tirato fuori ogni anno, alla fine di giugno. Gli amici erano più amici, gli amori erano più amori, il crepuscolo era il mio momento preferito. Da sola, davanti al mare, con la musica del juke box che finalmente era solo mia, pensavo che quella libertà non sarebbe più finita.

Poi è arrivata la realtà, e la realtà diceva che “si scordi il sole, se non vuole rischiare di ammalarsi più seriamente”, è arrivata la voglia di vedere il mondo, è arrivata l’Irlanda, e sono arrivata fino in Nuova Zelanda, restando sempre a Cupra, davanti al juke bok, al crepuscolo, ad ascoltare “Spiagge”, “La vita è adesso”, “Russians”, “Do You Really Want to Hurt me?”, “Amore disperato”, “On the Beach”, “Bella d’estate”, “Something's Gotten Hold of My Heart”, “Eternal Flame”, “Easy Lady”, “Born in the USA”, “Dancing in the Dark”, e questa cosa che ho scritto è per tutti i miei amici che ricordano con me quei momenti e non importa quanto sia cambiata ora Cupra, io sono ancora lì, al crepuscolo, sono sempre rimasta lì, perché a Cupra è cominciato tutto, e io ero libera.

Gaja Cenciarelli è nata e vive a Roma, è specializzata in letteratura angloirlandese e dei paesi di lingua inglese. Traduce narrativa e saggistica dall'inglese. Ha scritto cinque libri, il suo ultimo romanzo è "Sangue del suo sangue" [Nottetempo]. Sta traducendo Margaret Atwood e lavorando al nuovo romanzo.

 

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